
L’uomo ha sempre avuto rapporti ambigui con la natura. Il suo pensiero a riguardo, secondo il periodo storico in cui si colloca, è mutato svariate volte, simpatizzando con la natura, quindi attribuendole una valenza positiva, o al contrario, aborrendola. Nel medioevo, per esempio, la natura era vista come un’entità ostile dalla quale provenivano tutti i mali. Nel rinascimento, invece, l’uomo ha iniziato a confidare nella natura cercando di comprendere il suo meccanismo. Il rapporto che si è avuto con la natura, quindi, non è stato sempre dei migliori.
Dal romanticismo, la natura ha cambiato diverse volte faccia, tramutandosi inesorabilmente in un nemico.
È tuttavia ancora così?
Nel romanticismo italiano, ad esempio, abbiamo diversi punti di vista che convergono tutti in un solo autore: Giacomo Leopardi.
Inizialmente il pessimismo leopardiano è individuale: l’infelicità è dovuta alla consapevolezza dell’arido durante la sua infanzia.
In seguito il poeta introduce il pessimismo storico, pensiero secondo cui l’infelicità è sempre esistita. Tuttavia l’uomo non se n’è mai accorto perché distratto dalle illusioni. La natura, in questa fase del pensiero leopardiano, è ancora considerata benigna, perché, provando pietà per l’uomo, gli ha fornito l’immaginazione, ossia le illusioni, che producono una felicità che non è reale perché maschera la realtà fatta di sofferenze. |